La chiamavamo la casa dei vecchi nonni. Erano muri in frammenti nella campagna di aranci in alto sul mare dello Stretto che diventavano, in estate, la meta preferita delle nostre avventure pomeridiane, circondati, com'erano, da un'aura di intrigante mistero. Molto tempo prima (oggi so che sono giusto cento anni, ma allora mi apparivano lontani nel tempo infinito e indeterminato che sta alle spalle di un bambino di dieci anni) quella casa era stata spazzata via da un terremoto che si era accompagnato a un maremoto. Del terremoto sapevo qualcosa, ma il maremoto appariva un evento gigantesco e sconosciuto. Il mare, spiegava chi lo aveva vissuto o chi lo aveva già sentito mille volte raccontare, come immediata conseguenza del sisma si era improvvisamente ritirato dalle due coste vicinissime di Scilla e di Cariddi, poi tre onde immense, a breve distanza l'una dall'altra, avevano devastato le coste trascinando con sé uomini (la maggior parte dei quali si era riversata sulle spiagge cercando scampo dai crolli e dalle fiamme), e barche, e case.
Accadimento straordinario, che, tuttavia, sembrava racchiudersi nella memoria circoscritta delle terre che dalla Sicilia e dalla Calabria si affacciano sullo Stretto. Un libro recente del giornalista inglese John Dickie (Una catastrofe patriottica) dice che quella del terremoto di Messina fu una sciagura che segnò durevolmente la coscienza nazionale. Scrive che il disastro, non appena fu conosciuto, attivò una straordinaria catena di solidarietà (si tennero perfino i "plebisciti del dolore") nella quale una nazione ancor giovane scoprì il senso della propria unità. La mia esperienza, però, è che se provavo, e provo, a spiegare in giro che il 28 dicembre 1908 in Italia morirono almeno centoventimila persone e che due città furono praticamente spazzate via, mi imbattevo, e mi imbatto, negli sguardi increduli di chi non sa e si chiede come possa essergli sfuggita una tragedia di così grandi dimensioni, «l'evento sismico più letale – dice sempre Dickie – nella storia del mondo occidentale». E allora ho cominciato a pensare che quel terremoto, e il silenzio collettivo di cui la mia privatissima memoria costituiva una singolare eccezione, fosse la metafora di un silenzio più generale, inconsapevole e per questo, forse, più grave che toccava tutto il Mezzogiorno e la sua storia tormentata. Perché ai mali dell'uomo, seri e costanti, il Sud accompagna la costante ostilità della natura, che vi rovescia con sovrumana, appunto, disinvoltura eruzioni vulcaniche, inondazioni, scuotimenti della terra che in un attimo azzerano le opere dell'uomo, le strade, i palazzi, le chiese, i tesori d'arte.
Messina, alla vigilia del 28 dicembre 1908, possedeva una straordinaria "palazzata a mare", una suggestiva quinta di palazzi settecenteschi con i quali la ricca borghesia mercantile della città aveva immaginato di celebrare sé stessa dopo le distruzioni arrecate dal terribile terremoto del 1783. Il giorno dopo non esisteva più nulla: crollato il 90% degli edifici, morti ottantamila dei centoventimila abitanti, la città era un cimitero a cielo aperto fumante di incendi. Sulla sponda opposta Reggio Calabria – dove morirono quindicimila persone, un terzo, circa, della popolazione – vantava la Real Palazzina, una fila anch'essa di eleganti costruzioni di età napoleonica affacciate sul lungomare e delle quali pure, alle 5 e 21 del mattino del 28 dicembre di cento anni fa, non rimase praticamente traccia. Se si pensa che due anni e mezzo prima il tanto più celebrato terremoto di San Francisco aveva fatto circa tremila morti, pur contando la città il doppio degli abitanti di Messina e di Reggio, si capisce subito l'entità della catastrofe e la dimensione del successivo silenzio.
E si capisce, solo a enumerare questi dati, che lo smarrimento della memoria tocca, in primo luogo, i sopravvissuti. Quei pochi che devono ricominciare da capo nella perdita certo dei legami familiari, ma anche dei reticoli urbani, dei paesaggi, di tutto ciò, insomma, che costruisce e perpetua una identità privata e collettiva. Poi viene la inevitabile smemoratezza degli altri, di chi guarda oggi Messina, che certo potrebbe essere un po' meno brutta di come talvolta appare, ma nel giudicarla ignora che quella che vede è, mi si passi l'espressione, una sorta di Frankenstein urbanistico, la faticosa ricomposizione di frammenti di un volto irrimediabilmente sfigurato.
I primi, come si sa, a contemplare l'ampiezza di quella tragedia furono i marinai della flotta navale russa ancorata in quei giorni ad Augusta. Arrivarono il 29 al mattino, quando, tuttavia, le notizie della catastrofe avevano già cominciato a circolare nella stampa e nell'opinione pubblica. Del resto a quelle fatali 5 e 21 del 28 dicembre all'Osservatorio Ximeniano, senza ancora capire dove questo fosse accaduto, già avevano annotato: «È incominciata una impressionante, straordinaria registrazione. Le ampiezze dei tracciati sono state così grandi che non sono entrate nei cilindri: misurano oltre 40 centimetri». Il 30 dicembre, alle prime ore del mattino, il re Vittorio Emanuele III e la regina Elena sbarcavano a Messina. In un'epoca priva di telefonini e di internet i tempi (anche se qualcuno, come sempre, parlò di ritardi) sembrano accettabili. Il terremoto di Messina viene, del resto, ricordato tra gli studiosi della comunicazione come uno dei primi, grandi modelli di diffusione estesa e tempestiva di una notizia. Ed estesa e tempestiva fu anche la solidarietà internazionale. «La nobile gara delle nazioni civili», come scrivevano i giornali in quei giorni, conobbe episodi di grande generosità e di eroico sacrificio.
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